Si narra che ogni guerriero, prima o poi, debba affrontare l’assenza.
Mesi lontano dalla pedana di salto, lontano dal suono secco dei pattini che mordono la pista, lontano da quell’attimo sospeso in cui il tempo si ferma e conta solo il volo.
Il guerriero conosce bene questa prova.
Non è la caduta a spaventarlo, ma l’attesa. Il silenzio prima del ritorno.
Poi arriva il giorno.
I pattini vengono indossati come un’antica armatura. Le fibbie si stringono, le ruote toccano il suolo. Non c’è fretta, solo rispetto. Lo sguardo misura la distanza, l’anima calcola l’altezza. La pedana è lì, immobile, come se non avesse mai smesso di aspettarlo.
Un respiro.
Ed ecco che accade, e noi da bravi cronisti annotiamo il tutto sul nostro taccuino.
In un attimo il corpo ricorda ciò che la mente non ha mai dimenticato. La rincorsa è fluida, il gesto puro. Il salto nasce naturale, senza paura, senza esitazione. È il salto perfetto. Come ai vecchi tempi. Come se il tempo non fosse mai passato.
In aria non c’è dubbio, solo certezza.
La stessa di chi sa che il guerriero non smette mai di esserlo, nemmeno quando è lontano dalla battaglia.
L’atterraggio è saldo. La pista risponde. Il cerchio è chiuso.
Questo non è solo un ritorno.
È una rinascita.
Perché chi vive di salti non teme le pause. Le trasforma in forza.
E quando torna sulla pedana, lo fa da leggenda.
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